L'Amore non è amato

 

Correva l’anno del Signore 1223 quando Francesco d’Assisi, plasticamente, ripropose nella Valle di Rieti, più precisamente a Greccio, nelle grotte donategli dal suo amico Giovanni Velita, la natività di Nostro Signore Gesù Cristo.

Francesco, consolato dall’approvazione della Regola da parte di Papa Onorio III, il 29 novembre dello stesso anno, quindi quattro settimane prima del Natale, mandò a chiamare il suo amico Giovanni e, due settimane prima della solenne celebrazione, lo invitò a predisporre, nelle grotte di Greccio, il bue, l’asinello e la greppia.

L’incontro tra i due avvenne, probabilmente, nello stesso luogo ove Francesco aveva redatto la Regola sotto forma giuridica, e che la tradizione ininterrotta indica in Fontecolombo (RI).

È fr. Tommaso da Celano, due anni dopo la morte di Francesco, avvenuta il 3 ottobre del 1226, a narrare l’evento avvenuto a Greccio. Egli così descrive l’incontro:

«Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: "Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello"». (Vita prima, FF 468)

Dalle parole di Tommaso comprendiamo il desiderio di Francesco: vedere con gli occhi della carne i disagi di Gesù quando venne in mezzo a noi. In sostanza desiderava rendere plastico, visibile, ciò che interiormente già contemplava: i disagi vissuti da Gesù, sin dalla Sua nascita, a motivo della durezza dei cuori.

Infatti, quella lontana notte, nel caravanserraglio (una locanda per viaggiatori) non ci fu posto per Giuseppe e Maria, in attesa di dare alla luce Gesù, furono costretti a trovar rifugio nella grotta adibita a stalla, come era in uso fare in quel tempo.

Che notte quella notte! La grotta, segno del rifiuto, segno dell’Amore non amato, divenne la casa più bella della storia, la casa della tenerezza, quella che sprigionava dal Bambino di Betlem e da Sua Madre, sotto lo sguardo rassicurante e paterno di Giuseppe.

Del resto, la vita terrena di Gesù fu una successione di eventi trasformanti, segnata dal Suo Amore, dal Suo perdono, che rese i luoghi del rifiuto “luoghi abitati dalla misericordia”. Perfino la Passione, fino alla morte e alla morte di Croce, divenne, per la Sua misericordia, un “luogo di Salvezza”, il vertice del Suo abbandono nelle mani del Padre, l’altare, il trono da cui regna glorioso, il segno che contraddistingue i Suoi discepoli, pronti a donare la vita nel Suo amore.

Francesco la cui aspirazione più alta, come ci ricorda Tommaso da Celano, era di osservare perfettamente il Santo Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, e nel cui cuore due cose erano radicate a tal punto che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro, cioè l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione, da tempo aveva compreso, restandone perdutamente attratto e interiormente trasformato, il mistero d’amore che avvolgeva ed animava gli eventi meravigliosi e salvifici della vita di Gesù, trasmessi e custoditi dalla Chiesa, dalla comunità dei credenti, sin dalle origini.

Un mistero d’amore che emergeva con potenza sin dagli inizi, sin dagli eventi accaduti a Betlem. Francesco contemplava interiormente l’umiltà di Dio, nella Sua Incarnazione, nella Sua nascita, nella Sua vita, e la carità con la quale, pur conoscendo la durezza dei cuori e le conseguenze del Suo farsi piccolo, fragile e debole, si era consegnato fino alla morte e alla morte di croce. Francesco contemplava il mistero d’amore di un Dio che per la Salvezza degli uomini consegnava se stesso assumendo la carne, cioè facendosi uomo ed esponendosi all’incomprensione e al rifiuto, all’umiliazione e al dolore, al disprezzo e alla morte.

In Francesco albergava la consapevolezza profonda dell’Amore di Dio, costante, eterno, di un Dio che sempre risponde al rifiuto con la Sua tenerezza, con il Suo perdono… ed è sempre pronto a ricominciare!

Animato da questo mistero, Francesco rendeva, giorno dopo giorno, la sua vita un rendimento di grazie. Si conformava sempre più all’Amato.

E nell’esperienza della Regola, da poco approvata dal Papa, aveva potuto constatare con amarezza quanto l’Amore non fosse amato. Infatti, quella Regola fu molto osteggiata. Molti suoi fratelli non comprendevano la Sapienza che la animava, la Volontà d’Amore di Cristo che la suscitava. Ancora una volta il profeta, l’uomo di Dio, incontrava incomprensioni, dubbi, resistenze, punti di vista umani che si contrapponevano ad un abbandono totale alla volontà divina. Francesco sperimentò drammaticamente la difficoltà, da parte di Gesù, di entrare nei cuori, Lui che sta alla porta e bussa.

Probabilmente, lungo l’esperienza della gestazione della Regola e, in modo particolare, del rifiuto della stessa nella sua redazione giuridica, Francesco ripensò ai tanti rifiuti subiti da Gesù, a partire dal primo, nel grembo materno, in quella notte meravigliosa e sovrabbondante di Luce.

A quel rifiuto, segno delle resistenze presenti nei cuori induriti, Dio rispose con la Sua tenerissima misericordia: venne alla luce Colui che è la Luce, da Maria, radicata nella più profonda umiltà, e i pastori, tra i più poveri, ricevettero l’annuncio, la bella e buona notizia (vi è nato un Salvatore…), perché lo accogliessero con tutto il cuore e in Lui trovassero la Gioia e la Pace.

Al rifiuto della Regola, Dio rispose, ancora una volta, con la Sua tenerissima misericordia: venne alla luce la volontà divina, da Francesco, profondamente radicato nell’umiltà, e i frati, responsabili dei greggi loro affidati, tra i più poveri perché incapaci di comprendere, ricevettero la bella e buona notizia (la Regola è Mia, va seguita senza commenti…), perché la accogliessero con tutto il cuore e in essa trovassero, anche loro, la Gioia e la Pace.

L’esperienza della Regola fu, per Francesco, quindi, l’occasione per meditare sulle resistenze al divino mistero d’Amore, quel mistero che l’Eucaristia veicola attualizzandolo sull’altare, nelle mani del sacerdote, come lui stesso affermava. Infatti, diceva ai suoi frati:

«Ecco ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull'altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero». (Ammonizioni, FF 144)

Ed ancora:

«Tutta l'umanità trepidi, l'universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull'altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda!

O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!

Guardate, fratelli, l'umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre». (Lettera all’Ordine, FF 221)

Per Francesco, come per tutta la Chiesa, sino ai nostri giorni, nel mistero eucaristico si attualizza l’unico sacrificio di Gesù, la Sua consegna fino alla morte di croce: Egli viene ogni giorno nella fragilità e nella debolezza di poco pane e poco vino, come diceva Francesco, e si consegna alla tenerezza dei cuori innamorati di Lui e all’indifferenza e al disprezzo dei cuori induriti, nella previa consapevolezza dell’accoglienza e del rifiuto. L’Eucaristia è la forma eminente di questo mistero d’Amore, di un Amore troppo spesso incompreso e non amato.

Francesco, a Greccio, quella santa notte del 1223, volle trasmettere, ai presenti e alle generazioni future, il mistero di un Dio che si consegna nelle mani dell’uomo, di ogni tempo, di ogni luogo, di ogni razza, in attesa del suo personale Sì, del Sì di Maria: Eccomi, si compia in me la tua volontà! Il mistero di un Dio che sempre si dona nella Sua tenerezza e nella Sua misericordia, che mai rinuncia alla Salvezza delle Sue creature. Il mistero di un Dio appassionato dell’uomo, il mistero di un Dio disposto anche a soffrire per lui!

Con il permesso di Papa Onorio III, celebrarono la Santa Messa in grotta e ci fu grande commozione, i cuori si aprirono e, con Francesco, i presenti divennero i pastori del Medioevo.

Apriamo anche noi i cuori al Dio della tenerezza, prepariamo la greppia perché Gesù, nell’umiltà del nostro cuore, possa trovare dimora e donarci un abbraccio di infinita misericordia!

13 dicembre 2019

Fr. Cristoforo Amanzi, ofm

Medit-Azione Dicembre 2019

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